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Al treno, al treno!

bici alla stazioneAl treno, al treno!

In bici al treno

 

La mattina il risveglio era traumatico.

Per i giovani il risveglio –si sa- è sempre traumatico. Poi passano gli anni e ti ritrovi a girarti nel letto sperando che sorga presto il sole. Per me, che la sera non trovavo mai il momento opportuno per andare a letto, era un autentico dramma, acuito dalla modalità adottata da mia madre per svegliarmi. Onestamente non ricordo a che ora partisse il treno per Legnago, ma so che la sveglia era circa mezz’ora prima.

in collaborazione con Amici della Bicicletta Fiab Verona

Funzionava così: mia madre socchiudeva la porta della camera in cui dormivo con mio fratello più grande e con voce flebile mi chiamava due o tre volte. Quando credeva di avermi sentito dire qualcosa, richiudeva la porta e tornava in cucina. Quasi sempre io riprendevo sonno. Lei, dopo cinque preziosissimi minuti, tornava e, questa volta a voce più alta, mi chiamava, mettendomi al corrente dell’urgenza. A quel punto scattavo in piedi. A tentoni mi infilavo i vestiti che erano sulla sedia. I pantaloni no. Erano sull’asse da stiro, perché mia mamma li stirava tutte le mattine. Allora correvo in bagno, effettuavo le operazioni essenziali del mattino e in tre minuti ero in cucina. Qui mia madre mi obbligava a bere il latte bollente, che mi procurava regolari ustioni in bocca e nell’esofago. Insisteva anche perché mangiassi qualche biscotto, incurante delle mie proteste per l’ora tarda. Continuava a stirare i pantaloni finché non glieli strappavo da sotto il ferro e me li infilavo alla bell’e meglio –belli caldi anche d’estate!- mentre andavo verso lo studio a raccattare i libri del giorno, tenuti assieme (come si usava allora) da un semplice elastico, e mi precipitavo giù dalle scale. Inseguito da mia madre che mi rifilava la regolamentare banana per la merenda, a volte mi lasciavo scappare di mano il pacco di libri. Allora, smoccolando per quanto ammesso in una “casa dove non si bestemmia”, dovevo raccoglierli e rimetterli velocemente insieme. Uscito finalmente di casa, mi fiondavo in garage a prendere la bicicletta e pedalando come un forsennato, pur avendo una sola mano libera –essendo l’altra occupata con i libri-, mi dirigevo verso la stazione.

Ma la mia corsa in bici finiva a duecento metri dal treno, al casello delle sbarre di via Ca’ Bianca. Lì abitavano i miei amici Merlin e lì abbandonavo la bicicletta, spesso lanciandola al volo contro la siepe. Sempre lì, cominciava l’ultimo tratto della corsa, stavolta a piedi, contro il tempo e contro il treno, nei sentierini tra i binari, spesso con il fischio della vecchia littorina o dell’ancora più vecchio Breda color caffelatte dietro il sedere.

C’è da dire che normalmente non ero l’ultimo. Dopo di me arrivava l’amico Carlo, avvantaggiato dal fatto di abitare al casello e, sospetto, dal fatto di andare a letto vestito. Ancora dopo arrivava il figlio del Capostazione che, ovviamente, abitava sopra la sala d’aspetto. Non di rado il treno, nonostante gli sforzi miei e del Capostazione, non ce la faceva ad aspettarmi. In tal caso mia madre costringeva uno dei miei fratelli a prendere la seicento e ad accompagnarmi a Legnago.

Il casello dei Merlin era un luogo di raduno per più di uno studente, tutti amici dei numerosi ragazzi della famiglia, una specie di custodia bici gratuita.Di tanto in tanto, però, era possibile trovarvi anche un altro personaggio della Cerea dell’epoca: Don Sarte. Era un prete originario di Cerea, di non eccelsa levatura –come gli rimproverava spesso l’anticlericale fratello Barachèta- che si era ritirato a vivere con la sorella e dava una mano in parrocchia. Essendo afflitto da una notevole zoppìa, si muoveva raramente a piedi. Quasi sempre andava in bicicletta. Possedeva- tuttavia- anche un Lambrettino. Un motorino dalle ruote simili a quelle di una bicicletta, che usava quando era particolarmente di fretta per andare in canonica. La sua abilità di centauro era pari alla sua capacità oratoria, cioè molto scarsa. Per andare da casa sua, in via Ca’ Rote, alla canonica doveva passare vicino al casello dei Merlin. Via Ca’ Rote, dopo aver costeggiato per centocinquanta metri la ferrovia, si immette in via Ca’ Bianca proprio a lato del casello. Per andare verso la chiesa, don Sarte doveva quindi girare a destra a novanta gradi. La manovra non gli riusciva sempre. A volte, vuoi per la fretta, vuoi per l’imperizia nella guida, vuoi per il ghiaino sul fondo stradale, il Lambrettino anziché curvare finiva dritto dritto nella siepe di recinzione del casello. Don Sarte, spesso sfregiato e sanguinante, si rialzava faticosamente e andava a chiedere aiuto ai Merlin. Così, il buon Sandro o la buona Eugenia, dopo averlo medicato e ripulito, gli recuperavano il Lambrettino e lo rimettevano in condizione di ripartire per la Parrocchia.

Il dovere, si sa, richiede spirito di sacrificio…