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Racconto I^ premio Bicicletterario 2016

ciaobici sara galeotti bologna

"Bologna" di Sara Galeotti

Mimma pedalava forte. Delle ragazze di Roncofreddo, nessuna inforcava la bicicletta con la stessa determinazione rabbiosa. Nessuna abbracciava il vento a gambe larghe, gli occhi stretti e una puntina di lingua a bere la prima goccia di sudore.

 

Era veloce, Mimma, non bella: la prima volta in cui ce la trovammo davanti, rossa in viso com’era rosso lo straccetto legato al polso, le ridemmo in faccia.

«Tci bela com e cul dea padela[1]», grugnì l’Ermete, ‘Spartaco’ tra i gappisti.

«Lasa ‘ndè e vin olta[2]» disse l’Olmo, sul viso di legno la cicatrice di un sorriso.

Mimma arrotolò la veste leggera dell’estate e ci mostrò le gambe: due colonne possenti, color di luna.

«Con questi gambarùn[3] arrivo fino a Cervia».

Aveva una bella voce, sottile per com’era invece stagna lei, ragazzona da sella e da colline.

«Ma te lo sai chi siamo?»

«Te sei e’ gal» rispose al comandante. «E te sei e’ pizòn[4]» fece all’Ermete, senza mai abbassare lo sguardo.

Della brigata – noi, che sparavamo ai tedeschi. Noi, che ci chiamavamo Lupo e Tigre e Fulmine – nessuno fiatò. Se pestava sui pedali come mirava di lingua, avevamo trovato una compagna e la nostra staffetta.

«Allora te sei Bologna».

Al battesimo dell’Olmo reagì con un sorriso largo, pieno di buchi.

«L’è mei Parma[5]» replicò, prima di mostrarci di nuovo i suoi pallidi prosciutti.

Una signorina perbene non l’avrebbe mai fatto. In un mondo per male, tuttavia, era di Mimma che avevamo bisogno.

Possedeva la memoria leale delle rondini.

Da Cesena a Santarcangelo, da Sogliano a Montecodruzzo, si stava sui colli ad aspettare lei, la pedalata energica a gambe larghe che raccontava la sua – la nostra – Resistenza.

Gnegna la chiamava ‘Ginettaccio’, per come mordeva le salite.

«È tutta tigna» diceva. «Punta i piedi, tira su quel bel culone e ti mangia la pendenza un metro dopo l’altro».

A volte i tedeschi l’aspettavano alla fine di un tornante, ma Bologna non tremava mai, nemmeno la volta in cui il Baròz le diede da consegnarci una ricetrasmittente. Ce lo raccontò proprio Mimma, con quel sorriso dai denti radi, gli occhi pieni di stelle.

«Stavano a Montenovo, in cima a un salitone da tirar giù tutti i santi. La strada di breccia non finiva mai e bruciava nelle gambe. Quando arrivo all’edicola della Madonnina, trovo un marò di vent’anni e due crucchi. Li guardo, mi guardano loro. Ho le borse piene quanto i caricatori che hanno in spalla. Sudo. È la mia ultima salita, l’ultima bestemmia. Il marò si avvicina: pare mio fratello Angioletto, prima che gli sparassero in faccia».

La sua voce tremava appena, ma era affetto, forse rabbia, non paura.

Per Mimma la vita era una di quelle salite infami, tutta curve, che superi solo se t’impunti sui pedali e schiacci.

Pum, pum e un altro pum ancora.

Sei pistone, non donna, non uomo.

Sei la catena, la determinazione che le regali.

Sei dolore e sei speranza.

«Non potevo fermarmi, avrebbero capito. Arrivare fin lassù per cosa? Per lasciarsi guardare? E poi vorrei andarmene in sella, col vento contro e l’odore del mare».

Il marò le sorrise, disse ‘Ciao, bella’ e la invitò a proseguire. Probabilmente sarebbe crepato per quella scelta di pancia e di cuore, ma non poteva immaginarlo.

Se ti lanci con il paracadute, come lo abbracci il cielo?

Ai suoi occhi di ragazzo, forse la nostra Bologna era proprio quello: un pezzetto d’azzurro sui pedali.

A gennaio si continuava a sparare.

La libertà sarebbe arrivata con i pruni in fiore, ma noi guardavamo in terra, mai troppo lontano.

Un cecchino aveva freddato l’Ermete il giorno di Natale e Bologna pianse: per un po’ aggredì le curve della piana con più rabbia, al collo un fazzoletto nero come il livido che le aveva lasciato la perdita.

«Perché rischiare tanto, Mimma? Perché la vita del gap?»

Glielo chiesi una notte scura, fredda del fuoco che non potevamo accendere senza diventare prede.

«Perché mi piace correre», disse lei. «Perché se nasci femmina, non ti prende sul serio nessuno. Eppure la bicicletta è donna e te lo ricorda a ogni salita».

La fissai con espressione bovina, rimediando una sberla sulla spalla che nemmeno l’Olmo, fabbro di sangue.

«Sui pedali stiamo bene noi ragazze e sai perché? Perché la bicicletta vuole coraggio e vuole dolore. Perché al decimo chilometro spingi via la fatica come faresti un figlio. E chi li fa i figli?»

Seguì un sorriso largo, sgraziato, eppure mi parve bellissima, coi suoi denti radi, le cosce grosse e il cuore persino più grande.

Da Savignano a Sant’Andrea c’erano venti chilometri – poca pendenza: una passeggiata, avrebbe detto lei.

Le spararono mentre correva, come avrebbe voluto. Per qualche metro, ne sono sicuro, i suoi piedi non smisero di pestare rabbiosi i pedali.

Un colpo e un altro colpo e un altro ancora.

La guerra finì in aprile e Mimma non festeggiò al nostro fianco. A guardare certe nuvole, tuttavia, sembrava quasi che sorridesse dal cielo, fiera in sella, davanti all’ultima salita.

Quella del ricordo e dell’addio.

Puntammo i fucili, sparammo una lunga, tristissima raffica.

Ciao, bella ciao. Bologna, ciao.

 


[1] «Sei bella come il culo della padella». Modo di dire tipico per indicare una persona brutta.

[2] «Lascia stare e vieni avanti».

[3] Gambarùn è il termine dialettale che indica gli steli spessi del granturco.

[4] «Tu sei il gallo» «E tu sei il piccione».

[5] «È meglio Parma».

ciaobici sara galeotti

 

Sara Galeotti si definisce: Antichista fallita, classicista per passione, romana di nascita, romanista di professione. Raccontatrice da bar di paese, figlia di uno Zeitgest minore. Mi divido tra la ricerca e l’insegnamento universitario, viaggio il più possibile, bruco libri e pedalo. A volte con gli occhi chiusi e senza mani.

 "Nelle premiate righe, la bicicletta incontra una donna coraggiosa che in sella allo straordinario mezzo di locomozione, si muove in abnegazione del pericolo, mossa dal desiderio di collaborazione lungo un difficoltoso percorso di libertà. A conferma che quando le storie passano attraverso le gambe assumono un significato di grande umanità e che la Storia si serve anche dell’umile bicicletta per comporre nuove, sapienti pagine del suo voluminoso libro". (F. Da Re)

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