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Lo ZEN e l'arte di...

 Lo ZEN e l'arte di riparare la bicicletta

 Giuseppe Merlin ci invia un toccante ricordo del suo meccanico e dell'arte di riparare le bici. Questo il racconto dalle nebbie della sua memoria...
Uno dei giorni scorsi mi trovavo a sognare ad occhi aperti - o semi-aperti, dal momento che il peso degli anni trascina le palpebre sempre più giù - ed ero preso da una insana nostalgia per le dense e secche nebbie della mia infanzia ceretana.
A coloro che invecchiano succedono strane cose e queste non sono le peggiori…

In collaborazione con Amici della Bicicletta Fiab Verona


Improvvisamente dalle perdute nebbie adolescenziali, anziché le sagome delle ragazzine svolazzanti che riuscivano a rimbambire schiere di bambocci ingenui, con vaghe promesse e ambigui sorrisi, è emersa nitida l'immagine di un personaggio incredibile della Cerea di quegli anni. Raffaello Merlin, un uomo sui cinquant'anni, esile e di bassa statura, che di mestiere faceva il meccanico di biciclette.
Non v'inganni l'omonimia con il sottoscritto. A Cerea, infatti, il cognome Merlin è talmente diffuso che chiunque, interpellato per un'informazione, vi chiederà: "Di quale razza?".
Il razzismo non c'entra nulla. Per razza, da quelle parti nebbiose, s'intende la famiglia di appartenenza. Così, se vi capitasse -dico soprattutto alle ragazze- di conoscere un Merlin da Cerea in discoteca e voleste rintracciarlo (per qualche oscuro motivo) al suo paese, prima di lasciarvi preoccupatevi di farvi dire la "costumaja", cioè il soprannome della famiglia. Ci sono, infatti, almeno 19 ceppi di Merlin, diversificatisi nel corso degli ultimi 200 anni. Per la cronaca, il sottoscritto appartiene alla razza dei Bertoni.  Il nostro meccanico, invece, era uno Zen e tutti, quindi, lo conoscevano come Raffaello Zen. Che fosse un Merlin, molti lo seppero in un'occasione molto speciale.
La mia era una famiglia numerosa: eravamo 11, con mio padre e mia madre, e al culmine della nostra vita familiare possedevamo ben sette biciclette, delle quali la più recente -una "sportiva" verde oliva con ben cinque rapporti- era stata da me acquistata, nel suo negozio, nel '71 al prezzo di 50.000 lire!
Era normale, quindi, che Raffaello ci conoscesse praticamente tutti. Eravamo suoi clienti affezionati per tutte le piccole riparazioni necessarie alla manutenzione delle nostre bici. Come ben capite il loro numero era inadeguato al nostro numero e -complice la mancanza di altri mezzi di trasporto- l'uso si trasformava spesso in abuso.
Raffaello ci accoglieva immancabilmente vestito con la classica tuta blu, da meccanico, con l'altrettanto classico straccio unto e bisunto infilato nella cintura e con la sua aria da uomo buono. Conosciuto il motivo della nostra visita, prendeva la bici e l'appendeva a dei ganci fissati al soffitto con vecchie catene (da bicicletta). A quel punto, mentre -che so…- sceglieva un filo del freno da un mazzo appeso al muro e iniziava ad ingrassarlo con rapidi movimenti delle dita (anche le mani avevano il colore dello straccio!) pronunciava la fatidica frase: "Can dal tron de lujo de Merlin, un sior te si!" Frase che letteralmente suonerebbe "Cane dal tuono di luglio di Merlin, sei un signore!".
Mentre invece significa, più o meno: "Birbante di un Merlin, sei un ricco!". Affermazione palesemente infondata, sia perché noi figli di Gemmino Berton, il camionista, eravamo dei bravi ragazzi, sia -soprattutto- perché tra noi e i soldi non è mai corso buon sangue.
Ma la cosa non ci offendeva, anzi, era sintomo di simpatia, un modo per dimostrarci la sua disponibilità ad effettuare subito la piccola riparazione: conosceva le nostre necessità.
Raffaello Zen morì una notte verso la metà degli anni settanta. Aveva cinquant'anni. Da poco aveva trovato l'anima gemella, a Bovolone. Dovevano sposarsi. Stava tornando a casa sulla sua bianchina familiare, come tutti fidanzati. Ma il mattino dopo la sua bottega rimase chiusa: un pirata della strada, uno che già aveva ucciso altre persone in altri incidenti d'auto e al quale era stata ritirata la patente, lo tamponò violentemente mandandolo a sbattere contro uno dei bellissimi platani che allora fiancheggiavano la provinciale, dividendola dal fiume Menago.
Dopo qualche anno quel pirata rimase ucciso (finalmente?) andando fuori strada da solo. I platani sono quasi scomparsi dal bordo strada, sostituiti da più sicuri e orribili guard-rail.
Che storie tristi emergono -a volte- dalle nebbie della bassa e della memoria...