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Biciclette gotiche

Biciclette gotiche

 

Per noi giovani della metà dell'altro secolo, la bicicletta era il mezzo di trasporto principe. Una sportiva con i cambi, poteva già considerarsi un lusso per pochi.
Era quindi normale trovare gruppi folti di adolescenti ciclisti scorrazzanti per le strade dei paesi. Il traffico dell'epoca, risibile se paragonato a quello odierno, permetteva di organizzare persino delle corse improvvisate per le vie del paese o tra un paese e l'altro.
Le ragazze, alle quali spesso veniva proibito l'uso degli scandalosi pantaloni,

In collaborazione con Amici della Bicicletta Fiab Verona

imparavano ben presto a guidare con una mano sola. L'altra era occupata a tener giù la gonna lungo le gambe. Inutile dire quanto noi maschi facessimo il tifo per il vento!
La bicicletta, però, non era solo legata alle attività ludiche dei ragazzini. Essa era anche il mezzo di trasporto di chi andava a lavorare e, volente o nolente, era costretto a sobbarcarsi anche viaggi di parecchi chilometri, mattina e sera, con ogni tempo e in ogni stagione. Il ricordo va a quegli uomini intabarrati, spesso con le manopole del manubrio dotate di guaine paragelo in pelle di coniglio rovesciata, che pedalavano lentamente, d'inverno, nella nebbia e nell'oscurità, su strade non asfaltate, piene di buche e senza illuminazione.
C'erano poi dei personaggi particolari, cui la bicicletta aggiungeva una non indispensabile nota di colore: gli ubriaconi di paese, allora visti con occhi ben diversi da quelli odierni. Non che l'ubriachezza godesse di maggior prestigio sociale, ma in un ambiente in cui schiere di veri uomini (e di giovanotti ancora quasi implumi) passavano il tempo libero al bar davanti all'immancabile quartino -sempre pieno e sempre vuoto- o a bicchierini di superalcolici di qualità non eccelsa, la soglia di tolleranza era pericolosamente spostata in alto.
Si vedevano quindi, questi sfortunati personaggi che la vita aveva maltrattato, un po' canzonati e un po' coccolati, vagare da un'osteria all'altra a mendicare "goti" di vino d.o.c. (denominazione di origine carente) con occhi sempre più lucidi e gambe sempre più malferme fino alla catalessi serale. Tapeta arrivava da Asparetto, con l'immancabile cassetta da frutta legata sul portapacchi della bici, piena di non so che. La pedalata, nel primo pomeriggio ancora sciolta, si faceva sempre più pesante verso sera, quando, ombroso e ondeggiante, se ne tornava a casa. Tarcisio era meno vagabondo, nelle prime ore del pomeriggio effettuava brevi spostamenti da un locale all'altro salendo in bici al volo dopo una breve rincorsa. Era un modo per dimostrare la sua lucidità. Ma irrimediabilmente, dopo un numero imprecisato di quartini e dopo l'ennesimo racconto del suo sfortunato matrimonio con la bella russa -che lo aveva lasciato portandosi via i figli- la lucidità lo abbandonava. Non di rado, tentando di saltare in sella cadeva dall'altra parte. Solo la solidarietà degli altri avventori che lo tenevano in equilibrio nei primi metri, gli consentiva di tornare a casa.
Borasco era il più tranquillo: parlava educatamente con tutti. Ti offriva un bianco e, al tuo cortese e scontato rifiuto, ti chiedeva di offrirne uno a lui! Del parroco diceva:"E' un buon prete, è anche un buon cristiano, però…non posso dirgli nulla" Cosa significasse la frase non si sa. Si portò il segreto nella tomba, morto annegato in una pozzanghera di via Tencarol, a pochi metri da casa. Caduto dalla bicicletta con la bocca nell'acqua, non aveva trovato la forza di spostarsi.
Che strano destino, per uno che beveva solo vino!