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Delta del Po - Terza parte

 ciaobici Museo del Delta

Delta del Po - terza Parte

 

Questo itinerario inizia a Cà Vendramin e si snoda lungo il Po di Gnocca o della Donzella fino alla Sacca di Scardovari per poi ritornare attraverso l’Oasi di Cà Mello.

 

 

L'inconfondibile odore del mattino riesce sempre a trasmettermi una grande energia, il piacere di un corpo a proprio agio, il gusto e la curiosità di sentire e di guardare. Prima di partire mi pare però doverosa una visita al piccolo ed ordinato museo del Delta. In questa bassa costruzione, dalla svettante ciminiera che fa pensare ad una vecchia fornace, si gode il fresco e la quiete come in una chiesa. Si sta bene mentre si osserva la storia dell’uomo contro queste acque ed il suo continuo, quanto talvolta inutile, progredire ingegnoso per domare la natura.

Poi via, verso questa pianura malinconica ed infinita. Campi coltivati a perdita d’occhio, verdissime risaie. Qua e là case abbandonate, diroccate. Sulle loro facciate i fori delle finestre ormai spogli sembrano grandi occhi: ora attenti al passante, ora distratti e sonnolenti. Anche su alcuni alberi sono ben visibili, nell’intreccio dei rami, grandi nidi disabitati e, tra le canne lungo i canali, si sente soltanto il gracidare di qualche rana.

Lungo l’argine, a Cà Lattis, sfioro un sobrio Agriturismo. L'aria rassicurante di questa dimora ed i sorrisi gentili ed invitanti di Carla e Piero farebbero desiderare una sosta ma, oggi, preferirei restare vicino al questo ramo per osservarlo nel suo respiro lento e tranquillo. Seduto sull’argine seguo, con gli occhi increduli di un bambino, un pezzo della mia merenda malauguratamente sfuggito in acqua, andarsene e sparire lontano.

Oltre il traballante ponte di barche di S. Giulia c’è l’isola della Donzella ed alla destra il Polesine dei Sospiri: nomi amabili e gentili che, come leggo su un libriccino, evocano un sottile desiderio poetico e, con un modesto margine di dubbio, una vita grama.

Dopo Punta Polesine, l’estremo sud, dove scanni, barene e bonelli, incessantemente rimodellati dall’incontro scontro tra fiume e mare nascondono un impensabile fiorire di vita, costeggio la Sacca di Scardovari, il più grande orto acquatico, alla ricerca del “ramo perduto” di Cà Mello. La luce è vivida ed accentua ogni dettaglio ed ogni colore: palafitte di pescatori, qualche vecchia barca, immobile e consunta dalla salsedine ormai solo un precario approdo galleggiante per gabbiani. Poco oltre emerge dall’acqua il fantasma di un vecchio edificio. Mi dicono essere stato un asciugatoio per il riso, a suo tempo edificato in terra ferma ed ora parzialmente inghiottito dalle acque, per il perverso effetto del bradisismo che negli ultimi decenni ha interessato tutto il Delta.

Finalmente imbocco una stradina secondaria fiancheggiata, su entrambi i lati da due pareti di alti pioppi cipressini. Un lungo interminabile rettilineo alla fine del quale, stanco ma soddisfatto, potrò concedermi un meritato riposo.

Un viaggio ricco di fascino e di incanto. Odore di vento, colori appassionati. Terra e acqua piene di luce evocano un passato che ancora vive nell’interminabile, intenso racconto della lotta tra l’uomo ed il grande fiume. Un mondo fuori dal mondo, una meta che non delude mai.

Ciaobici Po di Gnocca

da Albarella a porto Caleri


da Porto Levate al Faro della Pila

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