Jutland (DK) - terza parte

Der  Mensch  am  MeerDanimarca in bicicletta

Jutland in libertà - terza parte

 

Da Holsterbro a Sondervig 120 km.

La notte trascorse, per me, agitata a causa dei commenti prima di coricarmi. Ad appesantire la notte ci si era messo anche il cibo e le birre in sovrappiù offerte dal titolare italiano del Ristorante Pizzeria Italia, presso il quale ci eravamo fermati per vedere la nazionale italiana agli europei di calcio.


Così mi ritrovai in cucina di buon mattino a scambiare opinioni con l'amico cantautore. Ciarliero più del solito, con i suoi racconti conobbi tratti della sua vita ricchi di energia, vivacità, entusiasmo ed un pizzico di esuberanza. Mi affascinò la sua dedizione al mondo sportivo, la sua avventura nel mondo del lavoro, le vacanze in bici, le scelte familiari consapevoli e responsabili, ma soprattutto mi tonificò il suo modo vivace e allegro di raccontare i particolari. Tutto partì da una telefonata ricevuta a quell'ora che lo informava che un giornalino sportivo lo aveva inserito nei necrologi di amici scomparsi. Si soffermò a raccontarmi l'inconveniente di qualche tempo addietro che lo aveva visto tra i defunti (con tanto di condoglianze di amici alla moglie), ma che fu solo per omonimia. Scambiammo opinioni anche sulla separazione del gruppo e rilevammo che questa poteva essere procrastinata fino all'arrivo al mare, (visto che per arrivare colà si sarebbe dovuto percorrere una unica strada). Forse sarebbe stata una chanche farla ancora insieme. A colazione tutti concordammo per percorrere prima la direzione verso Linde lungo il percorso n. 24, poi la direzione Ramme e infine verso il mare fino ad incontrare l'originale percorso n.1.  Fu, alla fine, rilassante ritrovare l'itinerario amico lungo la costa. Percorremmo le ondulazioni del villaggio di Ferring, raggiungemmo la costa scoscesa di Bovbierg. All'ombra del faro un gruppo di pittrici, sguardo all'infinito, tentavano di percorrere “il cammino verso l'opera d'arte nella solitudine”. Le loro tele si materializzavano, tocco dopo tocco, ma il lento procedere manifestava l'attesa per un evento coloristico, che il cielo, il sole e il mare avrebbero potuto concedere. Trattenevano i colori impastati sulla tavolozza in attesa di riprodurre armonie percepite al momento solo dall'animo. Mare che sembrava un tappeto grigio increspato, tessuto verso l'infinito. Momento coloristico lungi dal manifestarsi, ma sarebbe stato sufficiente uno squarcio nel cielo per donare al tappeto irripetibili riflessi. Attraversammo la lingua di terra che separava il mare dalla laguna e che a Thorsminde lascia aperto il varco per la sopravvivenza del Nissum Fjord. A destra, verso il mare, le grandi dune nascondevano la sua vista. A sinistra verso la laguna, la vita scorreva lenta nel pascolo di greggi, nell'allevamento di bovini e cavalli. La vivida luce pomeridiana, che si accendeva e si spegneva attraverso gli spazi dei cumuli nembi del cielo, metteva in risalto particolari lontani. Prima il tetto di una casa in paglia raccontava la sua storia, poi riflessi su aree umide, ancora le architetture formate dalle balle di fieno rotonde e protette dalla plastica bianca, ora una siepe di rose selvatiche (in tedesco hugebutten) accompagnava il nostro procedere. Ma mi accorgevo che nessuna visione poteva allontanare un pensiero fisso. In quei momenti “il mio pensiero era una terrazza su me stesso” (V. Magrelli) sulla quale mi affacciavo, semi assopito, per constatare come il tempo avesse costruito un velo oltre il quale desideravo penetrare ma non senza timore. Feci partire un messaggio che avevo pronto sul cellulare: “comunicami l'indirizzo che fra mezz'ora arriviamo in zona”. Era rivolto ad una amica, conosciuta 43 anni addietro, che avevo deciso di visitare. Lupo Solitario proseguì solo, e senza di lui il gruppo si diresse all'incontro con Kirsten a Vederso. Tralasciando i particolari, una pagina di grande ospitalità e di profonda amicizia fu scritta durante un'ora di visita. L'abitazione, che era anche studio dove Kirsten si dilettava a dipingere, divenne luogo per un momento di scambio affettivo e culturale. La sua abitazione era in restauro, il giardino in fase di sistemazione. La terrazza trasmetteva il sapore del mare lontano. La finestra verso la strada, aperta e in attesa da lungo tempo di un arrivo, poteva ora essere chiusa. Un caffè, e poi occhi umidi che proiettavano ricordi di una estate, quella del 1969, ricca di ideali e di affetti. Gli stessi, ideali e affetti, che frantumati e ricomposti sugli scogli della vita, aleggiavano ora, candidi, sopra la spuma del mare in tempesta del cuore. Lasciammo Kirsten e pernottammo a Sondervig. Quella sera, i 120 chilometri percorsi furono più facili da accettare che dormire senza il quarto compagno in stanza.

Da Sondervig a Ribe 90 km in bici + treno.

Un' ampia ciclabile bidirezionale unisce il mare di Sondervig a  Ringkobing, cittadina situata  sull'omonimo fiordo. Una decina di chilometri che di buon mattino ci apprestammo a percorrere con l'entusiasmo sulle gambe. Correva l'anno 1969 e la Danimarca fu sede della campagna internazionale “Abbè Pierre Klunsere”. (Chi vuole approfondire può farlo qui). Io e Renzo avevamo partecipato a suo tempo a quel Campo Internazionale di Lavoro. Vedere, confrontare, respirare il clima di quella estate dedicata agli “altri”, furono motivazioni sufficienti per soffermarsi in questa città. Qualche foto sbiadita in bianco e nero, della piazza con fontana, di brevi scorci di vie entro le quali si muoveva con un furgone per il ramassage, di visi sorridenti di amici e amiche che avevano condiviso quell'esperienza, era la parte fisica che restava nel ricordo mentre ci si avvicinava agli stessi luoghi. Trovammo Ringkjobing una cittadina “a colori”, vivace, legata al suo passato pur nella modernità di vie e negozi. C'era ancora la fontana, il municipio, l'hotel, le strade a suo tempo percorse. Non trovammo la vecchia fattoria, che fu “Casa della Comunità” nel 1969. Questa visita ci aveva volontariamente portati fuori rotta dalla ciclabile della costa, ma avremmo raggiunto comunque l'obiettivo prima di sera. Per fare questo, insistemmo con la bicicletta fino a Skiern lungo strada nazionale 28 e raggiunta la stazione ferroviaria salimmo, con le biciclette al seguito, sul treno fino ad Esbjerg. Incontrammo il percorso n. 1 in prossimità del mare. Provenendo da sud osservavamo l'avvicinamento del gruppo Mennesket ved Havet, (L'uomo incontra il Mare, Der Mensch am Meer) il monumento scultoreo simbolo di Esbjerg, costruito sulle dune più prossime al mare, lungo la ciclabile. Le foto forse non rendono merito alla scenografico impatto visivo, ma pur se artisticamente non esclusive ed uniche resteranno, con probabilità, le più viste del viaggio. Visitammo, tornando sui precedenti passi, il centro di Esbjerg, (in andata e ritorno avemmo modo di osservare le strutture del porto), e scoprimmo una città non solo industriale ma ricca anche di modernità di cui l'impronta più significativa si trovava nel Musikhuset e Kunst Museum, opere realizzate dallo stesso architetto autore dell'Opera House di Sidney, il danese Jorn Utzon.

Consiglio: per uscire da Esbjerg verso sud, cercate esclusivamente le indicazioni ciclabili, osservate una mappa e chiedete. Altre indicazioni stradali vi porterebbero su strade trafficate e finireste in autostrada.


Trovammo la via della costa con difficoltà e ci dirigemmo verso Ribe. Non si è mai previdenti abbastanza per cibo e acqua e qui lo sperimentammo. Dovemmo ricorrere all'aiuto di una signora che ci elargì acqua calda, entro la quale sciogliemmo il caffè liofilizzato che portavamo con noi, e ci offrì gli ultimi tre biscotti presi dalla dispensa dei suoi bambini. No coffee, no drinks. Fu comunque una salutare pedalata fino a Ribe.  Sul far della sera, le acciottolate vie di Ribe erano invase dai turisti. Non vedevamo tanta gente da giorni, non godevamo di questo ritorno alla civiltà da quando avevamo lasciato Goteborg. La città di Ribe affascina dal primo istante. Le strade lastricate di irregolari grandi cubi di pietra nera lungo le quali case a graticcio, irregolari e variopinte, sembrano talvolta caderti addosso e i muri non hanno un metro quadrato “a squadra”. Sopra i davanzali delle finestre si può ammirare la più bella mostra di suppellettili in ceramica, vetro, legno e ferro organizzata dagli abitanti di queste case, che sembrano uscite, da un libro di favole. Non potevamo non dormire in una di queste case, dai muri convergenti, dal pavimento scricchiolante, dalle finestrelle ricche di suppellettili, all'interno di un giardino, area di un antico monastero, all'ombra del campanile del Dom, ospiti di Annette Johansen,  scaltra vegliarda, fata di un tempo.  Fine terza parte.

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