Jutland (DK) - quarta parte

Tit ribe museoDanimarca in bicicletta

Jutland in libertà - quarta parte

 

Da Ribe all'isola di Romo 60 km.

Tutti vi diranno che Ribe, la città più antica della Danimarca, si visita a piedi. In bici è meglio. Con la bicicletta si può percorrere l'anello esterno. Le abitazioni legate una all'altra dai colori pastello sfilano davanti a voi armoniose nella loro linea antica.

Si raggiunge il parco e il fiume che vi scorre all'interno. Attraverso gli ampi spazi lasciati dai grossi alberi si possono fotografare le guglie del Duomo o le pareti bianche delle residenze più nobili. E' possibile raggiungere angoli residenziali moderni e comprenderne l'intimità, l'ordine e il rispetto riservato ai luoghi comuni. Si può abbandonare le bici in un giardino di rose per godersi l'incontro con i bambini, guidati sul posto quattro a quattro, dalle loro accompagnatrici su carrettini posti davanti alle bici. A Ribe visitate tutto quello che avete letto e che leggerete, compresa la casa di Jacob A. Riis, perché Ribe resterà, come fu per lui la sua, la vostra fiaba Danese.

Ci apprestavamo a scrivere l'ultima pagina del capitolo sul cicloturismo in terra Danese. Decidemmo di farlo, rallentando il ritmo e godersi il tratto ciclabile che rimaneva da percorrere verso il confine tedesco. Riprendemmo il percorso segnato sulla mappa Esterbauer, che laddove non esiste vera ciclabile predilige e guida sempre lungo strade secondarie. Pur avendo notato che la direttissima strada statale 11 era servita di buona ciclabile, continuammo a zigzagare nella campagna danese che nulla aggiunse a quanto già visto in precedenza. La bella giornata favoriva il nostro procedere. In alcuni punti, dove la segnaletica mancava, fummo costretti a fermarsi e scegliere l'orientamento con il sole, metodo tradizionale tanto apprezzato e suggerito dal cantautore. Incontrammo campi coltivati a grano ed orzo, grandi fattorie organizzate, chiese bianche e cimiteri con poche croci e tanti fiori, pale eoliche, tratti di buono sterrato e infine anche la gradita segnaletica del percorso n.1. Come scrissi prima della partenza, il programma di un viaggio viene a modificarsi lungo il viaggio stesso. Questo vale ancor di più viaggiando in bicicletta dove i tempi e i ritmi vengono vissuti spesso con il meteo. Fu cosi che per non avendo visitato come da programma l'isola di Fano, eravamo ora diretti all'isola di Romo. Una strada lunga 10 chilometri, a quattro corsie, due per auto e due per bicicletta, unisce la terraferma all'isola. Una linea che da lontano domina l'orizzonte e che avvicinandosi rivela tutta la sua notevole struttura. Percorremmo questo tratto con tempo sereno e con poco vento. Il traffico da e per l'isola non era eccessivo. Ci sono dei punti di sosta da dove è possibile osservare il paesaggio. Su ampi spazi rubati al mare domina l'erba. Le numerose greggi che vi pascolano tengono rasati i prati come campi da calcio. Sugli innumerevoli acquitrini, separati da file di pali, crescono a stento le prime erbe che colonizzeranno poi perennemente le nuove terre. Nel frattempo, numerose specie di uccelli volano, vivono e si cibano su di esse. Poi il mare aperto prende il sopravvento, e le massicciate di sassi non sono più attorniate da nuove terre, ma frenano i marosi che si spengono sopra di esse. Un belvedere che rallegra il procedere fino all'arrivo sull'isola. Immagino che in piena estate questa isola sia affollata da molti turisti. Lo lasciano capire le molte case, basse, inserite nella brughiera o tra boschi di pini, con il tetto di paglia e giardini ordinati sui quali cresce alto, sempre, l'albero portabandiera. Lo lascia capire ancor di più l'immenso centro commerciale di Lakolk, nei pressi della lunghissima e larghissima spiaggia. Forse Romo è una isola dai due volti: solitaria e luogo “finis terrae”, quando il vento e il freddo tenendo lontani turisti e masse concede il suo fascino a poeti e osservatori, troppo viva e caotica quando il sole e le giornate calde trasforma l' isola in una immensa spiaggia brulicante. Spingemmo le biciclette in direzione del mare fino a quando lo sprofondamento sulla sabbia non ce lo impedì. Poi ce ne liberammo per assaporare, con il vento in faccia, il profumo del mare e l'emozione del “finis terrae”. I pochi turisti presenti erano arrivati sulla spiaggia con il camper o con la vettura. Ancora ne stavano arrivando nonostante il cielo stesse perdendo il suo blu. Ma loro, i nordici, continuavano a prendere il sole, che non c'era, a petto nudo, lasciavano correre i loro bambini nudi, giocavano a bocce o liberavano in alto i loro aquiloni variopinti. Il vento divenuto più freddo e pungente, consigliò a noi, mediterranei, di cercare riparo per la sera. Scegliemmo un hotel a Havneby. La linea del confine, che divide la Danimarca dalla Germania, attraversa sulla terraferma, il territorio poco più a sud della cittadina di Tonder. In mare la linea è molto più a nord e 10 minuti di traghetto da Romo verso l'isola di Sylt sono sufficienti per attraversarlo. E' quello che avremmo fatto il giorno successivo. Sarebbe terminato, sì, il nostro viaggio in Danimarca, ma non il nostro viaggio in bicicletta. Davanti ad un piatto di spaghetti “allo scoglio” (preparato da Giosuè nel ristorante italiano di Havneby), tentammo un bilancio dell'avventura danese.

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