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Trieste - Sarajevo

titprimaparteIstambul Da Trieste ad Istambul

prima parte fino a Sarajevo

 

 

In solitaria, la strada è stata “come un libro di storia”. La  sensibilità di Massimo Armati ripropone a tutti noi la sua esperienza. "Quello che lasciamo indietro prima o poi ci raggiunge"... o siamo noi ad andarci incontro?

 

Trieste porta dell’est. Oltre questo confine finisce l’occidente e ci si immerge in una mescolanza di culture e religioni che convivono da secoli, non senza problemi, una affianco all’altra. Guerre, invasioni e lotte intestine hanno caratterizzato la storia dei Balcani, territorio la cui bellezza stupisce, così come non lascia indifferenti la disponibilità ed il senso di fratellanza con cui si viene accolti. Percorrere a ritroso le strade attraversate dai turchi cinquecento anni prima, visitare i palazzi della dominazione asburgica a Sarajevo, vedere la recente guerra balcanica negli edifici forati dai proiettili o nelle lapidi tutte vecchie di due decenni. E poi ancora il Kosovo, lo stato più giovane al mondo dove la popolazione sta provando a ripartire dopo i soprusi subiti nel conflitto del ’99, la Bulgaria famosa per i monasteri ortodossi, ma ricca di cultura islamica. Meta finale del viaggio è Istanbul. La dove tutto è iniziato, dove un ponte mi divide dall’Asia e dove invece la voglia di Europa è più forte di ogni differenza e diffidenza.

Trieste – Klenovica 144 km.

Dopo due anni riparto da Trieste, quasi una scaramanzia, lo stesso treno per raggiungerla e lo stesso campeggio per passarci la notte. Mattina fresca, ma forse è solo un desiderio più che un fatto reale. Pedalo per qualche chilometro ancora in territorio italiano, i nomi delle vie sono già tutti in slavo le strade sono deserte e scorrono dolcemente attraverso i fitti boschi di pini marini. A Bassovizza acquisto l’ultimo quotidiano italiano prima di Istanbul, e mi dirigo verso la Foiba. Il silenzio, la quiete e la sensazione di isolamento sembrano fatti per immaginare le urla dei poveretti che vennero gettati a morire dentro quelle gole profonde. Inizio simbolico: voglio conoscere cosa resta della grande Jugoslavia di Tito e parto con una delle grandi colpe del maresciallo. La ciclabile della val Rosandra con i suoi quindici chilometri ripercorre un antica linea ferroviaria dismessa e che attraversa paesaggi carsici veramente meritevoli. La affronto con l’entusiasmo dei primi chilometri nonostante il dislivello e la temperatura in aumento. Un cartello posticcio mi avvisa che sono entrato in Slovenia ed un altro mi dirige verso la statale per Rijeka. Altro confine e sono già in Croazia. Fiume è la sede del porto più importante della Croazia, da qui partono i traghetti per le isole sature di turisti, e questo spiega il caos che trovo nell’attraversare la città. Ora fa veramente caldo, e con quasi 40 gradi è un calvario affrontare gli ultimi 40 chilometri di costa fino a Klenovica.

 Klenovica - Plitvička Jezera 117 km.

La sera precedente, rientrando in tenda non avevo capito che cosa mi aspettava: il forte vento proveniente dal mare non mi ha fatto dormire per tutta la notte e anche le operazioni di smontaggio, al mattino, non sono state delle più semplici. Quindi corpo che non ha riposato e il morale a terra. Oggi saluterò il mare con la speranza di rivederlo tra due settimane all’ombra di una bandiera turca. Pochi chilometri e passo il 45° parallelo: mi trovo esattamente a metà strada tra l’equatore e il polo nord. Alla mia destra il mare ancora segnato dal forte vento, mentre alla mia sinistra montagne che salgono ripide verso l’entroterra croato. Ed è proprio li che sono diretto, una svolta secca ed entro in una valle che fortunatamente sale dolce e al fresco dei boschi. Dopo un'ora faccio rifornimento di acqua da una contadina che bagna i campi e mi accorgo che sullo sfondo vedo ancora il mare, ma cosparso di isolette che dalla riva non avevo potuto notare. Proseguo consultando la mia cartina, dove le strade hanno tutte lo stesso colore, ma ciò non significa che debbano avere lo stesso fondo. Sterrato! Con la bici carica e le gomme lisce è sempre un rischio da evitare, ma qui non ho alternative. Il fondo stradale sconnesso prosegue ancora per diversi chilometri, ma ora la mia attenzione è rivolta ai cartelli che mi allertano del pericolo di entrare nei boschi per la presenza di mine inesplose e dalle lapidi, le prime di tante che incontrerò, datate 1992 anno in cui ebbe inizio il conflitto tra Serbia e Croazia. La sensazione di essere in un libro di storia fresco di stampa mi assale per la prima volta, l’eventuale odore di inchiostro è sopraffatto da quello del sangue versato e la curiosità dovrebbe essere vinta dal pudore e dal rispetto per chi di quel libro è stato protagonista.  Accaldato ed impolverato continuo per la mia strada, torna l’asfalto e anche qualche casa: credo siano almeno due ore che non incontro una persona e nemmeno un’auto. La fatica non aiuta a godere del paesaggio. E' sempre così i primi giorni, ma questa volta è impossibile non assaporare a pieno la naturalezza di questi posti. Tutto è estremamente semplice: i boschi di pinete, il verde dei prati, l’aria che si respira. Forse non ci sono più abituato e sto già pensando a come potrà essere difficile tornare a pedalare sulle strade di casa. Ed è solo il secondo giorno.

Plitvička Jezera – Kljuc km 137

Effettivamente chiamare Plitvička Jezera “paese” è azzardato. Tre alberghi, un lago nascosto in un canyon e qualche negozio di souvenir. Non ricordo case, uffici o altro, ma tanto basta a quanto pare visto che il posto è affollato e così anche gli alberghi. Riparto corroborato dalla notte trascorsa in un letto comodo; l’aria è frizzante e le strade deserte fino al confine bosniaco, e saltando la lunga colonna di auto entro a Bihac, prima città della Bosnia. Prima moschea, anche se mi trovo nella repubblica di Srpska, la parte della Bosnia a maggioranza serba e ortodossa. Lasciata Bihac la strada sale costante e per diversi chilometri. Incontro alcuni ciclisti fermi a bordo strada intenti a dissetarsi: la temperatura è salita e i tratti all’ombra sono pochi. Consolano invece la leggera brezza e i luoghi che attraverso: lunghi rettilinei di asfalto perfetto, prati che non conoscono la siccità, rare auto e ancor più rare costruzioni. Un anziano signore accompagnato dal nipote piange nei pressi di un monumento militare; la cosa non dovrebbe colpire se non fosse che il monumento è tempestato di stelle rosse e ricorda i caduti della seconda guerra mondiale. Un pianto che può apparire anacronistico, ma che racconta una sofferenza lunga sessant’anni. Entro a Kljuc a tarda sera, un poliziotto mi indirizza, seccato, verso l’unico B&B del paese. Ora seduto sulla terrazza di un ristorante mi godo la ricca cucina bosniaca ammirando le montagne circostanti e la vicina moschea. Dai megafoni di questa alle 20.20 risuona il richiamo del muezzin. Per oggi il ramadan è finito. Il ristorante si riempie per accogliere chi ha saputo aspettare: un rituale a cui assisterò spesso nei prossimi giorni.

 Kljuc – Travnik km 131

Una colazione bio e a chilometro zero credo sia la cosa migliore prima di una lunga pedalata. Il proprietario del B&B mi spiega che il succo di mela lo produce lui e ovviamente le uova sono del suo pollaio, non si assume invece la responsabilità dell’improponibile crema spalmabile di pollo, tipo spuntì, che ho messo sul pane. Mrkonjic Grad è una piccola cittadina montana che sfioro soltanto, ma con il tempo per notare e fotografare l’ appariscente chiesa ortodossa costruita solo ventidue anni fa per volere della comunità islamica locale. Furono proprio i mussulmani di questa città a pretendere che i loro concittadini potessero praticare il loro culto senza essere costretti a lunghe trasferte. Un motivo in più per maledire ancora una volta i manipolatori di menti che hanno voluto questa guerra infame. All’improvviso appare il sospirato e famoso lago di Jaice. Proprio a metà della sponda nord ci sono 17 piccoli mulini ad acqua che credo siano stati più usurati dai flash che dagli agenti atmosferici. Parecchi turisti, un camping e gente che fa il bagno, sembra una vacanza normale anche per me che guardo. Proseguo per strade deserte, finalmente pianeggianti, come sempre di un verde disarmante a cui non ero più abituato. La statale costeggia il fiume e sull'altro lato i villaggi sembrano cartoline alpine. Dei ponti di legno spezzano questa piacevole monotonia fino a giungere al bivio per Travnik. Due giovani ragazze musulmane vendono frutta e bibite all’uscita di un villaggio. Scambiamo due parole in francese: hanno negli occhi lo stupore e l’orgoglio di vedere un turista nei loro luoghi e condividono con me la soddisfazione di un sincero sorriso straniero. Valico l' ultimo colle, entro a Travnik in buon orario, e un biker locale , premuroso e fraterno, non mi dà neppure il tempo di orientarmi. Mi accompagna direttamente all’albergo. Decidiamo di rivederci per una birra prima di cena. Nemir ha 31 anni e quando è iniziata la guerra ne aveva solo 11 e non capiva perché all’improvviso non poteva più giocare con gli amici di sempre, perché scarseggiava il cibo, perché quei colpi sordi dalle montagne interrompevano ogni attività quotidiana. E’ un personaggio molto popolare a Travnik, ogni passante ha un cenno o un saluto per lui, e lui a tutti spiega chi sono e dove sono diretto. Aadesso tutta la città sa dell’italiano che sta attraversando la ex jugoslavia in direzione Istanbul. Mi godo l'inatteso momento di celebrità.

 Travnik-Sarajevo km.100

Chiedo lumi in inglese sul miglior itinerario per Sarajev e , scopro che i miei interlocutori sono di Cuneo. Abbiamo percorso più o meno le stesse strade, avuto le stesse sensazioni e soddisfatto identiche aspettative mentre pedalavamo in questa bellissima terra. Ora ci aspettano circa 100 km fino a Sarajevo. Partiamo in orari diversi ma lungo la strada ci incontreremo parecchie volte. Alle porte della capitale bosniaca li rivedo per l’ultima, loro diretti in città io incuriosito dalla visita del “museo del tunnel”. A sud della pista dell’aeroporto, durante l’assedio serbo alla città, fu scavato un tunnel per portare aiuti umanitari dall’aeroporto alla popolazione assediata. Di quest’opera costruita a mano durante la guerra sono rimasti solo pochi metri percorribili, conservati all’interno di una casa museo ancora trivellata di colpi. Sarajevo non è solo storia degli ultimi 20 anni Sarajevo è un libro aperto, è stata per secoli contesa da diversi imperi. Ora girare il centro storico diventa come utilizzare una macchina del tempo. Il quartiere turco con le moschee e le vie strette in ciotolato è ricco di vita e profuma di spezie e kebab, a pochi passi palazzoni di costruzione asburgica se ne stanno ordinati in riva la fiume. Su uno di questi una targa ricorda che da qui Gavrilo Princip sparò all’arciduca d’Austria dando il la al primo conflitto mondiale. Proseguo incrociando la chiesa ortodossa, mi addentro in una via affollatissima di giovani e locali alla moda, e poco più in là mi appare la cattedrale cattolica e, nascosta su un lato di essa, l’ultima “rosa” di Sarajevo. Le hanno chiamate “rose” perché sono state ridipinte di rosso, ma in realtà si tratta delle buche lasciate dai colpi di mortaio durante l’assedio.

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