Olanda in bicicletta. A filo d’acqua tra mulini, brughiere e canali. Viaggio lento, incontri ravvicinati dalle due ruote.
Due biciclette olandesi, qualche zaino e nessuna fretta. Da Rotterdam alla Frisia, passando per mulini, brughiere, boschi, canali e piccoli traghetti. Gaia Pellegrini racconta un’Olanda osservata alla velocità della bicicletta. Non soltanto come “paese delle biciclette e mulini”, ma attraverso acqua, paesaggio, architettura e incontri. Due biciclette, ma a viaggiare sono, sorprendentemente, in tre.
La natura in Olanda sembra spontanea solo a una prima occhiata. L’acqua viene trattenuta, deviata, misurata; la terra prosciugata e protetta; boschi, canali e brughiere conservano spesso le tracce di un’attività produttiva o di un’infrastruttura. Dopo il cicloviaggio in Estonia dell'anno precedente, avevo voglia di tornare a muovermi lentamente, ma questa volta con una condizione diversa: sono al sesto mese di gravidanza. Nessuna impresa sportiva, quindi. Solo due biciclette, molti giorni davanti e la libertà di fermarci quando il corpo, il caldo o qualcosa incontrato lungo la strada ce lo chiedessero.

Atterriamo a Rotterdam e, come in Estonia, la prima missione è trovare due biciclette usate. Su Marktplaats ci mettiamo in contatto con Bram, che nel suo giardino ci fa provare due Gazelle: una classica bici olandese con telaio basso e quattro marce e una da uomo, più agile. Trascorriamo tre giorni pedalando tra le Cube Houses di Piet Blom, il Markthal di MVRDV e il waterfront di Katendrecht. Nel centro devastato dai bombardamenti del 1940 l’architettura contemporanea ha avuto lo spazio per costruire una nuova identità urbana. Dopo tre giorni intensi, siamo pronti a lasciare la città e cercare paesaggi in cui la presenza dell’uomo sembra farsi più discreta.
Davanti all’Erasmusbrug saliamo sul Waterbus circondati da ciclisti molto più equipaggiati di noi. Noi abbiamo due zaini da cabina Ryanair goffamente assicurati sui piccoli portapacchi di biciclette urbane nate, al massimo, per portare a casa la spesa. Scendiamo ad Alblasserdam Kade e torniamo verso Kinderdijk. Il contrattempo ci regala un ingresso quasi solitario nel paesaggio dei mulini: una striscia di ghiaia, acqua a destra e a sinistra, campi perfettamente orizzontali e pale che girano nel vento. Quello che sembra il più naturale dei paesaggi è in realtà una macchina territoriale costruita nei secoli.

Continuiamo verso Gouda, sempre controvento, finché verso le due ci accorgiamo di aver dimenticato un dettaglio essenziale: mangiare. Davanti a una fattoria compare una signora con il viso sporco di gelato, felice con l’abbandono di una bambina. Arrivano altre persone in bicicletta, alcuni persino su carrozzine elettriche: apparentemente tutti hanno attraversato la campagna per quel gelato. Entriamo anche noi e usciamo con un grosso pezzo di Gouda, alcune mele e due coni enormi. Ci sediamo in giardino e, pochi minuti dopo, dobbiamo avere esattamente la stessa espressione della signora. Ripartiamo con il suo sorriso e ancora il gusto dolce in bocca.
A Gouda proviamo Vrienden op de Fiets, una rete di ospitalità per chi viaggia a piedi o in bicicletta. La nostra padrona di casa ci lascia una piccola casetta indipendente e concordiamo l’orario della colazione. Lei ci avverte di parlare pochissimo inglese; noi siamo convinti che, tra gesti e sorrisi, l’accordo sia chiarissimo. La mattina seguente ci svegliamo di soprassalto: è entrata direttamente nella stanza e ci comunica piuttosto seccata che ci aspetta da quasi un’ora. La colazione che segue è educata ma tesa: noi ci scusiamo, lei continua a non capire quasi nulla e tutti desideriamo probabilmente che il caffè finisca in fretta.
Da Gouda prendiamo il treno per Apeldoorn. Scopriamo una piccola contraddizione del paese delle biciclette: sui treni le Gazelle richiedono un supplemento e, fuori dai mesi estivi, bisogna evitare le ore di punta. Gli spazi sono pochi e trascorriamo parte del viaggio in piedi accanto ai nostri improbabili bagagli.

Da Apeldoorn torniamo finalmente a pedalare. Il bosco si apre sulla heide, la brughiera che a fine estate si colora di rosa e viola, e in mezzo a quel vuoto compare Radio Kootwijk. Il grande edificio in cemento progettato da Julius Luthmann negli anni Venti serviva a collegare via radio i Paesi Bassi con le allora Indie orientali olandesi. Isolato nella brughiera sembra una cattedrale senza città, costruita non per raccogliere persone, ma per lanciare nell’aria una voce e farla arrivare dall’altra parte del mondo.
Ripartiamo tra gli alberi. A un tavolo da picnic incontriamo una coppia olandese: panini preparati a casa, thermos di caffè, biciclette parcheggiate accanto. Ci chiedono subito da dove veniamo. Quando ripartono, ne arriva un’altra che dispone sul tavolo quasi lo stesso pranzo e ci fa le stesse domande. In un paese in cui tutti pedalano, sono quei due enormi zaini legati male a tranquille bici da città a tradirci come viaggiatori. A Otterlo dormiamo in un campeggio che del campeggio italiano conserva soprattutto il nome: al posto di tende e roulotte troviamo casette prefabbricate con terrazze, giardini, grandi televisori e affacci su canali artificiali. Le persone sembrano essersi trasferite lì per trascorrere l’estate in una versione più piccola, ordinata e provvisoria della propria vita.

Il giorno dopo entriamo nel Nationaal Park De Hoge Veluwe. Chi arriva senza bicicletta può utilizzare gratuitamente una delle celebri biciclette bianche distribuite nel parco; noi rimaniamo fedeli alle nostre Gazelle. Pedaliamo fino al Jachthuis Sint Hubertus di Berlage e poi al Kröller-Müller Museum. Tra Dubuffet e Rietveld è però il padiglione di Aldo van Eyck a trattenermi più a lungo. Muri, curve e una copertura trasparente custodiscono le sculture senza separarle dal bosco. Le foglie si proiettano sul tetto, le ombre scivolano sulle pareti e raggiungono le opere e il pavimento. In giapponese esiste una parola, komorebi, per la luce che filtra tra le foglie. Qui sembra diventare un materiale da costruzione.

Lasciamo il museo e il paesaggio cambia ancora: il bosco si apre sulla brughiera, poi su distese di sabbia dove grandi alberi solitari misurano il vuoto. La pista si piega, sale, scende e fa slalom tra i tronchi; la brezza attraversa le foglie e arriva fresca sulla pelle. A tratti sembra un parco di divertimenti progettato per le biciclette, solo che l’attrazione principale è tutto quello che il percorso ha avuto l’intelligenza di lasciare intatto.

Il giorno seguente raggiungiamo Ede-Wageningen e da lì prendiamo il treno per la Frisia. A Leeuwarden ci aspettano 35 gradi e un’umidità soffocante. Per salvarci dal caldo ci rifugiamo nella Blokhuispoort, un’ex prigione oggi trasformata in biblioteca e spazi culturali. Mangiamo qualcosa e sfogliamo riviste finché il sole non diventa più sopportabile.
Ripartiamo verso De Alde Feanen. A Wergea una panetteria diventa la nostra piccola oasi: pane morbido all’uvetta e qualche minuto all’ombra. A Warten, invece, la pista termina davanti all’acqua. Un piccolo traghetto ci raccoglie insieme alle biciclette; il comandante ci offre delle liquirizie e per pochi minuti smettiamo di pedalare senza smettere di avanzare. In Frisia il traghetto non interrompe la strada: ne è semplicemente un altro pezzo.

Con un clima meno tropicale avremmo dedicato il giorno successivo alla pontjesroute, un anello di circa quaranta chilometri che attraversa Earnewâld, Warten, Wergea e Grou passando da una sponda all’altra su quattro piccoli traghetti. Con sei mesi di gravidanza e 35 gradi decidiamo che può aspettare. Camminiamo invece nella riserva di It Wikelslân e raggiungiamo la spiaggia di Earnewâld. Solo al tramonto torniamo tra stagni, canneti e capanni per osservare gli uccelli, quando la luce si abbassa e l’acqua sembra finalmente respirare più lentamente.

Da Earnewâld attraversiamo De Deelen e raggiungiamo Oranjewoud. Il nostro pranzo ha ormai una formula stabile: formaggio, pomodorini e pane scuro. Al Museum Belvédère non entriamo nemmeno nelle sale: è l’edificio a fermarci. Una lunga stecca nera attraversa il Grand Canal e nel café l’acqua continua visivamente da una parte all’altra, come se il museo si fosse semplicemente posato sul paesaggio. Ordiniamo una fetta di appeltaart e un tè alla menta con un intero ramo verde immerso nell’acqua bollente. È ormai uno dei nostri piccoli riti olandesi.

Poco più avanti incontriamo la Ecokathedraal di Louis Le Roy. Dal 1965 mattoni, pietre e materiali di recupero vengono sovrapposti senza cemento, lasciando che uomini, muschio, radici e tempo lavorino insieme. Non esiste un disegno finale: la data simbolica di conclusione è l’anno 3000. Qui l’architetto più importante è forse proprio il tempo. Spostiamo anche noi un paio di pietre, il nostro contributo infinitesimale a un progetto di mille anni, e ripartiamo sotto una pioggia leggera.
Mildam è vicina quando cominciano ad apparire cerbiatti lungo la strada. Prima uno, poi altri, finché ci ritroviamo quasi circondati. Noi sulle nostre Gazelle, loro immobili nell’erba a osservarci. Accendiamo le piccole luci e percorriamo lentamente l’ultimo chilometro.

La tappa successiva ci porta a Kalenberg, nel Weerribben-Wieden, scelto proprio per evitare i luoghi più affollati dell’alta stagione. Al B&B Vrijstaten Johanne ci accoglie in giardino con tè e torta: dopo giorni di caratteri spesso diretti e poco cerimoniosi, quel benvenuto ci sembra quasi un abbraccio.
Il giorno seguente lasciamo ferme le biciclette e per 35 euro affittiamo una canoa canadese. Undici chilometri, quasi quattro ore a remare. I canali si stringono tra gli alberi; nelle piccole aree di sosta incontriamo soltanto qualche coppia dei paesi vicini, ancora una volta con panino e thermos di caffè. Poi anche loro scompaiono. Non c’è vento e l’acqua diventa uno specchio così preciso che per qualche secondo non si capisce dove termini il mondo reale e inizi quello riflesso. Sulla superficie galleggiano ninfee e fiori, mentre minuscoli insetti corrono leggeri sull’acqua. Per giorni abbiamo osservato il paesaggio scorrere lateralmente dalla bicicletta; dalla canoa, improvvisamente, ci siamo dentro.

Torniamo a Kalenberg con le braccia stanche e celebriamo con l’ormai inevitabile torta di mele. Per cena pedaliamo sette chilometri fino a Muggenbeet. Prima di entrare ci sediamo sul canale con una birra analcolica. Non succede praticamente nulla. Intorno a noi altre coppie bevono guardando l’acqua e anche noi, poco a poco, smettiamo di parlare. Non è un silenzio imbarazzato: aggiungere una frase sembrerebbe quasi disturbare il paesaggio.

Da Kalenberg raggiungiamo Vollenhove e torniamo subito in bicicletta verso il Waterloopbos. Per decenni questo bosco fu un enorme laboratorio idraulico a cielo aperto: modelli in scala di porti, dighe e canali permettevano di studiare fisicamente il comportamento dell’acqua. Oggi vasche, chiuse e strutture di cemento riaffiorano tra felci e muschio come parti del corpo di un gigante addormentato. Si cammina incontrando un braccio, una costola, un organo di quella vecchia macchina fino al Deltawerk//, dove RAAAF e Atelier de Lyon hanno aperto il grande canale sperimentale alla luce e alla vegetazione. Il laboratorio diventa rovina, la rovina architettura, l’architettura lentamente torna bosco.


La mattina successiva ripartiamo verso Steenwijk passando per Giethoorn. È bellissimo: ponticelli, tetti di paglia, canali perfetti. Ed è esattamente il posto dove siamo contenti di non aver dormito. In pieno agosto sembra un parco di divertimenti acquatico: famiglie intere noleggiano piccole barche, sbagliano direzione, si incastrano e si tamponano. Dopo il silenzio di Kalenberg, la scena ci diverte più di quanto ci seduca.
A Steenwijk carichiamo le Gazelle sul treno per l’ultima volta e raggiungiamo Utrecht. Riapriamo Marktplaats, la stessa piattaforma da cui tutto era cominciato, e pubblichiamo due annunci. In poco tempo le biciclette cambiano nuovamente proprietario, quasi allo stesso prezzo con cui le avevamo comprate.
Mentre le salutiamo, lungo il canale passa un gruppo di studenti Erasmus appena arrivati. Sono in canoa, ridono, si chiedono i nomi, iniziano quella fase in cui ogni incontro potrebbe diventare un’amicizia. Loro cominciano mentre noi chiudiamo le borse.
Il mattino dopo saliamo sul treno per Schiphol senza biciclette. Le nostre Gazelle rimangono in Olanda.

Del resto erano già in viaggio prima di incontrarci. Noi abbiamo soltanto pedalato con loro per un pezzo. (testi e foto di Gaia Pellegrini)
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