Dal Colosseo al Partenone in bicicletta, “ruderi sparsi come giocattoli usati dagli dei”.

Quando tornate da un ciclo-viaggio o da un tragitto cicloturistico datevi sempre l’impegno di scrivere oltre che di fotografare. Scrivere per raccontare non è facile. Scrivere si impara scrivendo.

 

Quando si “sente” l’esigenza o il bisogno di scrivere “sta a significare che c’è un rompiscatole che sta dentro di noi. A questo punto non dobbiamo far altro che riempire la pagina bianca di risposte. Scriviamo perché vogliamo fare esercizio di calligrafia, perché siamo idioti, perché l’odore della carta ci fa impazzire. Perché tenere una penna in mano ci dà gratificazione” (Natalie Goldberg, scrivere Zen). O semplicemente perché vogliamo ricordare momenti felici o diversi e condividerli con tutti. 

Che sia successo così anche per l’autore di questo ciclo-viaggio? Proviamo a leggere la sua storia nell'esclusivo commento/recensione del libro “Un’ altra Strada”.

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Non è difficile afferrare la voglia di vivere la  libertà in questo diario-racconto di Massimo Berardi. “Un’altra strada” è un libro che raccoglie le impressioni e le avventure (non sempre buone e piacevoli) di un insolito ciclo-viaggio dell’autore. Nato tra lo scherzo e il gioco, il viaggio si riempie di curiosità e imprevisti, di ironia e di saggezza. “Altra” è una strada differente, ulteriore, forse nuova, ma anche successiva od estranea, percorrendo la quale, sempre comunque “non più quella” di prima, perché della precedente, il viaggio diviene revisore per evitare errori, ricercatore per facilitare le relazioni. Infine motivo per fare esperienza nel provare ad assecondare in futuro inclinazioni ed istinti più personali e caratteristici.

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“Il viaggio non è mai solo fisico ed un altro errore è quello di viaggiare col corpo rimanendo a casa con la mente.” E questa affermazione porta il lettore ad un confronto con le riflessioni personali dell’autore di estremo interesse sul percorso della sua vita, sul richiamo alla sua formazione culturale, sul pregio della libertà come responsabilità e alla maturazione sull’utilizzo della bicicletta che ha cambiato il modo di vivere e di essere di  Massimo Berardi. La Buona Strada, come spesso accade per tanti, si fa anche sgarbata e ostile. L’itinerario e i luoghi attraversati sono ricchi di mare in questo ciclo-viaggio verso Atene; un gruppo che pedala insieme guardando e fotografando quel mare, un mare che lava le ferite (non solo fisiche), ma che rende dolorose anche le piaghe da cadute.

ciaobici unaltra strada 2 modIl gruppo che condivide tendina e posti letto, risate e buonumore, lascia spazio, strada facendo, a dissapori e disaccordi. Frutto questi ultimi degli atteggiamenti e dei modi di comportamento per le fatiche non preventivate. L’autore afferma “mi consegno spesso troppo vulnerabile agli altri…e penso che ho solo paura di offrire, contraccambiare, di dover ripagare il bene, di amare” e  “in un viaggio on the road quello che conta è l’umanità” e sta raccontando l’incontro, lui col berretto con stella rossa, con un Casapound.  E quando parla dell’ospitalità “la vita è da un’altra parte, è negli occhi dello sconosciuto, è nel tendere le mani aperte all’altro nello scambio di un sorriso, nella comprensione di ciò che è diverso da sé” descrive il collegamento culturale con il suo vissuto e l’ambiente, offrendosi talvolta alla libertà pura che lo ritrae  ”sotto una coperta di stelle dove mi spengo in un momento”.

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E pur se talvolta la descrizione letteraria del paesaggio e della strada non risente di intensità emotiva, il percorso viene descritto con lucidità da cronista ed esplode  in singole e particolari emozioni da poeta innamorato. Massimo Berardi nel suo “Un’altra strada” si entusiasma con le persone, ragazzini o anziani, lavoratori o privilegiati perditempo: a tutti cerca di comunicare (nel difficile utilizzo di una lingua sconosciuta) la scelta di quel suo viaggio in bicicletta. E se da un verso viene interpretata come sconsiderata ed imprudente, l’autore la ritiene pienamente accettata come prova di socialità e di relazioni.

L’inaspettato finale consegna al lettore, “con un vento muto”, un intimo diario umano.

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Lungo la strada e le pagine:

 “Ulivi, vigneti e frutteti curatissimi ascoltavano in silenzio le nostre  confidenze, talmente intime che nessun altro avrebbe potuto origliare”.

“Noi popoli mediterranei dovremmo unirci tutti e vivere come sappiamo da millenni, tra mare sole e fratellanza.”

“Sotto di me un lago di nebbia immobile riempiva la pianura, a est miliardi di sfumature dell’iride e sopra la mia testa una enorme nuvola scura e rotonda delimitava il cielo come un cappello su quel paese abbarbicato”.

“Templi magnifici, ruderi sparsi come giocattoli usati dagli dei”.

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 Testo di F. Da Re foto di Massimo Berardi e Agnese Samà

 Scrivere di Viaggi, si può.

Scrivere di viaggi, Louisa Peat O'Neil

 

 

Fernando Da Re

Un cuore, due gambe e una bicicletta. In testa sempre la fresca vivacità di raccontare. Il risultato lo ritroviamo in questo sito da lui creato e portato avanti con l’entusiasmo e l’impeto dell’atleta che cerca risultati.


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