Coswig e l'altrove

Racconto con attestato di merito all'edizione IL BIcicletterario 2018. Il racconto nasce dal tentativo di trovare tracce, nel villaggio tedesco lungo la Elberadweg, del luogo di lavoro del padre in periodo bellico.

 

 

O Vita,/ Che prodiga  rendi/ I ricordi più belli/  Perché durino verdi/  Nel tardo raccolto/ A serbare protetto il passato/ Disperso o smarrito./ O vecchio seduto al mio  fianco/ Negli occhi tuoi mi leggo e rinfranco./ Nel fremere, il sangue  allontana/ L’idea che qualsiasi genesi umana/ Sia qui giunta ad agire/ Per disperdere o smarrire.*

Ciaobici Coswig risultato

Seduto su una panchina nei pressi di Wittenberg, lungo l’Elberadweg destinazione Cuxhaven, cercavo sulla mappa l’esistenza di Reinsdorf, il nome di un villaggio letto e riletto su una busta paga sgualcita datata 1941, portata con me  in questo ciclo-viaggio insieme ad una foto in bianco e nero. Avevo bisogno di aiuto, fermare un ciclista sarebbe stato inopportuno. Solo richiamando l’attenzione del vecchio, apparso prodigiosamente al mio fianco, avrei potuto risolvere il dubbio di quel momento. Deciso, stesi il  consunto foglio di carta innanzi agli occhi del mio vicino che, decifrato il nome e levatisi gli occhiali, fece solo un cenno con la mano indicando una direzione alle spalle. Replicai il nome in forma interrogativa. Mi fu confermata la direzione. “Quanti chilometri?” azzardai in Inglese. “Acht, zehn“ fu la risposta in tedesco. Mi persuasi in tal modo che percorrendo pochi chilometri sarei stato in grado di incontrare la fabbrica dove mio padre aveva lavorato per alcuni anni in periodo bellico. Lusingato di poter lavorare per gli ufficiali dell’esercito tedesco, Guido, così si chiamava mio padre, abbandonò il misero deschetto sovraffollato di ritagli di gomma e di cuoio, di spago, di patina e semenzine**. Rappezzava scarpe sporche di contadini poveri, ritagliando suole e pezze da vecchi copertoni. Nella misera cucina, un velo di polvere era sempre presente sui mattoni rossi del pavimento e l’odore della minestra si combinava con quello acre di colla e di pece. Consegnava sempre calzature pulite e lucidate a specchio pronte per essere indossate la domenica mattina per la messa e il mercato. Non chiedeva denaro, Guido, barattava il suo lavoro con alimenti e spesso non riscuoteva i debiti dai più poveri di lui. Artigiano completo, amava il suo lavoro e sapeva realizzare calzature su misura. Ebbene, a quindici anni dalla caduta del muro, avrei potuto osservare il luogo del suo lavoro in Germania. Cercavo una industria il cui nome terminava con Chemische Fabriken e avvertivo di essere sulla strada giusta. Serbatoi, grovigli di tubi e colonne di vapore erano elementi inequivocabili dei prodotti elaborati in quell’area. Cancellate in ferro con illeggibili nomi su targhe metalliche scorrevano ai lati della strada.  Finirono gli impianti industriali, finirono le recinzioni, il nome che cercavo non era mai apparso.  Dispiegando il foglio, chiesi all’unica persona che nei pressi tagliava l’erba nel suo giardino, dove potesse essere la fabbrica citata nella busta paga. “Qui!” disse subito in Inglese. “Dove?”, chiesi sorpreso, non vedendo altro che verdi arbusti tutto intorno. “Dentro quel sentiero” riprese. “Io non vedo nulla” feci presente. E lui: “Was bombed, autobombed “ e ritornò chino al suo lavoro. Le mie vene pulsavano e come rintocchi di campane tuonavano dentro la testa scuotendomi a tal punto che dovetti sedermi. Ero veramente arrivato? Lungo la programmazione di questo itinerario avevo spesso pensato a come avrei vissuto questo momento, ma prevedevo decine di soluzioni differenti; questa, inaspettata, sembrava uscita da un romanzo dove io ero protagonista e autore!

ciaobici coswig 2 Varcai la barriera di rovi e cespugli e lungo il sentiero storico scoprivo segmenti di filo spinato e  ganci arrugginiti fissati su cippi di pietra perimetrali. Più mi addentravo nell’intricata natura, più i segni della deflagrazione tornavano presenti tra ammassi di cemento armato sbrecciato e ferri arrugginiti contorti. Un pennuto nero uscì come un proiettile da un pertugio sotterraneo. La natura si era ripresa ciò che aveva dovuto cedere e quei resti continuavano a vivere da monumento archeologico bellico, nascosto. Stimato di aver letto sufficienti pagine in quel percorso dentro la storia, ritornando alla bicicletta raccolsi un frammento di cemento che odorava di muschio.

ciaobici coswig 3 Eccitatissimo avevo capito, ma non compreso, come una fabbrica di esplosivi avesse potuto dare lavoro a mio padre e il motivo per cui si fosse autodistrutta. Fu l’ufficio turistico di Coswig, alcuni chilometri più avanti, ad illuminarmi su tutto. “La fabbrica di proprietà militare, costruiva esplosivi. Ufficiali e soldati abitavano dentro allo Schloss sopra un’altura più lontana. Operai e personale vivevano nelle abitazioni in legno a margine del castello. L’esplosione fu autorizzata dal comando militare prima dell’arrivo delle forze alleate”. Uscii dall’ufficio, rasserenato, contemplando una foto di mio padre ritratto in gruppo. A fianco di allegri compagni, con berretti da cuochi, lui teneva in mano un mandolino. Alle spalle del gruppo, casette di legno allineate e in primo piano alcuni militari indossavano stivali puliti che riflettevano colpi di luce. Tutte le scarpe del gruppo riflettevano quella luce! Fui condotto a pensare al tempo in cui aiutavo mio padre nei fine settimana per consegnare pulite e brillanti le scarpe nere dei contadini, divenuti nel tempo meno poveri, e gli stivali dei pochi un po’ più ricchi. Non avevo più bisogno di conferma. Non poteva che essere un artista l’artigiano che costruiva, riparava e teneva pulite quelle calzature che stavo osservando nella foto. Sul retro lessi: 17.10.41 Coswig.

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Oltrepassavo, nel baluginare di mille riflessi, il fiume sopra un traghetto e percorrendo la Furst-Franz-weg che iniziava aldilà, mi voltai più volte a salutare un castello lungo le scale del quale stava salendo un calzolaio italiano trentenne, capelli neri pettinati alla Valentino, con pacchi di stivali puliti in mano; poi lo vidi uscire, scendere le stesse scale con una valigetta e un mandolino in mano dirigendosi, indistinto nel controluce, verso di me. Risuonava il suo passo sul sentiero lastricato e quel rintocco scoperchiava anni di silenzio ed estingueva il tempo trascorso. Quando mi fu vicino, posò le sue cose, estrasse da una tasca interna della valigetta una fotografia e l’allungò perché la prendessi. Intriso di sudore freddo, tentai di urlare; nel petto il cuore sussultava, le gambe rigide dispersero le ardenti lenzuola, la gola soffocò un rantolo acuto... e fui desto.  Il chiarore penetrava nella stanza da un’ampia finestra priva di tende aldilà della quale troneggiava un grande albero. La luce radente riverberava la staccionata e il prato rasato ne raccoglieva ombre e luci quasi a formare scalini verso l’orizzonte. Il proprietario del Bette & Bike si allontanava a piedi, scomparendo e apparendo, nell’intricato effetto di luce ed ombra. Mi avvicinai alla finestra per fotografare la scena e dal davanzale raccolsi, annusandolo, il frammento di cemento che fermava una fotografia. Rilessi nel retro un nome che finalmente calmava le mie ansie e dava un senso all’altrove: Coswig.

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*Versi dell’autore.

**Lucido per scarpe e chiodini da calzolaio.

Fernando Da Re

Un cuore, due gambe e una bicicletta. In testa sempre la fresca vivacità di raccontare. Il risultato lo ritroviamo in questo sito da lui creato e portato avanti con l’entusiasmo e l’impeto dell’atleta che cerca risultati.


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