Il Sentiero del Silenzio, intorno a Ridracoli. Cuore pulsante dell'Appennino Tosco-Romagnolo.

Non è solo un giro in bici, è un viaggio in una dimensione dove la natura ha ripreso il sopravvento. Un'immersione totale nel cuore pulsante dell'Appennino Tosco-Romagnolo.

 

Ci sono luoghi che non chiedono di essere raggiunti, ma attraversati con rispetto. Il giro attorno alla diga di Ridracoli è uno di questi.

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 Non si pedala verso la diga. La si intuisce, la si immagina, la si sente sotto forma di presenza. È altrove, nascosta tra le pieghe dell’Appennino, mentre noi restiamo sopra, sulle linee alte, tra boschi e valloni che la alimentano. Strade bianche che sembrano dimenticate dal tempo.

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È un percorso che vive di distanza.

Partire in un giorno feriale cambia tutto. Il martedì, per esempio, il parco si svuota. Non è più meta, ma territorio.
Il rumore delle ruote sul ghiaino diventa il respiro del bosco, continuo, quasi ipnotico. Il resto è silenzio. Un silenzio pieno, abitato. In questa assenza di disturbo, la natura torna a occupare lo spazio che le appartiene. I movimenti sono discreti: un daino che attraversa, un cervo che osserva da lontano, il volo largo di un rapace che sorveglia la valle.

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Il paesaggio accompagna senza imporsi. Nel sottobosco compaiono le primule, leggere. Più in alto, le creste si fanno spoglie, essenziali. Ogni tanto emergono segni dell’uomo: un ponte in pietra, casolari in roccia che resistono testardi alle intemperie.

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È un percorso che chiede attenzione: adatto a “Gravelisti” veri. Le strade bianche non sono mai davvero facili, non farsi ingannare. Il fondo è mobile, a tratti irregolare. Le salite sono costanti, senza concessioni. Le discese richiedono concentrazione. Non c’è molto spazio per distrarsi: ogni scelta di linea conta.

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 Con 1470 metri di dislivello in meno di cinquanta chilometri, il ritmo è dato dalla montagna. La gamba deve essere pronta. Si sale per conquistare la vista, si scende concentrati per restare dentro al movimento. Anche l’isolamento fa parte dell’esperienza. Il cellulare spesso non serve, pezzo di plastica inutile.  È un dettaglio che può preoccupare, ma che finisce per diventare essenziale: costringe a essere presenti, a gestire da soli ciò che accade. “Non socievolissimo” è l’aggettivo perfetto.

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Alla fine, più che un giro in bicicletta, resta una forma di concentrazione. Quattro ore, o poco più, in cui il gesto del pedalare si ripete e si svuota, fino a diventare qualcosa di semplice, quasi una meditazione.

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Forse è per questo che viene naturale chiamarlo sentiero del silenzio.

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Testi e foto di Alessandro Casalboni

Fernando Da Re

Un cuore, due gambe e una bicicletta. In testa sempre la fresca vivacità di raccontare. Il risultato lo ritroviamo in questo sito da lui creato e portato avanti con l’entusiasmo e l’impeto dell’atleta che cerca risultati.


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